Metathemenon te ton kromenon

venerdì, 03 ottobre 2008

conflitto

Conflitto

1° raccontino. IL RITO.                  

Quando il Guru si sedeva per le funzioni religiose, ogni sera arrivava il gatto del santuario e distraeva i fedeli. Così egli ordinò che durante le funzioni serali il gatto venisse legato. Molto tempo dopo la morte del Guru, si continuava a legare il gatto, durante le funzioni serali. E quando alla fine il gatto morì, portarono al santuario un altro gatto per legarlo debitamente durante le funzioni serali. Secoli dopo i discepoli del Guru scrissero trattati sul ruolo del gatto. Fine del 1° raccontino (Antony de Mello, “El canto del Papero”, Sant Ander, sol terrae 1982, in P. Pasotto, “La pentola magica, ovvero prolegomeni di una cultura a venire”, Bologna, 2005).

 

Quante cose si fanno in nome del RITO!

 

La parola “àrya” significa in sanscrito “nobile” (1). Umanità eroica? Divino-umanità? Rispetto alla gente comune gli àrya erano coloro che più di tutti credevano nella ritualità e nel possesso di soprannaturale forza mistica, finalizzate ad operare nel mondo esterno per l’attuazione di un universale Stato o Regno di tipo sacrale.

Gli ariani dell’India avevano il loro signore universale (“cakravarti”). Gli ariani dell’Iran  concepivano nel loro universale regno sudditi che erano fedeli al “dio della luce”. L’impero romano aveva nell’idea della “romana aeternitas imperi” i medesimi presupposti “solari”. E procedendo verso il tempo presente è l'idea ghibellina medievale del Sacrum Imperium fino al nazismo hitleriano ad affacciarsi come impulso cattolico di civiltà ariana a credere di poter fornire un corpo universale alla forza dall'alto di cui l’àrya attuale si sente il più eminente portatore.

Oggi ci si avvicina sempre di più ad una deflagrazione mondiale in nome del RITO e di queste forze mistiche in cui l’atomo ed il bombardamento del suo nucleo sembrano farla da padroni.

Dal tempo di Eraclito e di Parmenide due schiavitù sono in lotta fra loro. Da un lato il servilismo devoto e orante rispetto al RITO, concepito come secca e necessaria opera di tipo eroico ed olimpico concernente essenze incontrovertibilmente immutabili, compiute, staccate dal mondo inferiore del divenire, e luminose in se stesse come natura solare e siderale. Da un altro lato il servilismo al RITO del dio mutante dotato di nascita, pathos, precessione equinoziale che, come la vegetazione subisce la legge del morire e rinascere.

Da un lato vi è il fermo simbolo solare. Dall’altra quello lunare, concepiti l’uno come maschile astrazione radiante avente luce in sé, l’altro come femminile luce assorbita e promanante da un centro che cade fuori di essa.

Si potrebbe continuare all’infinito la differenziazione di queste due diverse concezioni del RITO e si scoprirebbe che ogni concezione del RITO è giustificazione di una schiavitù. “Il problema ebraico nel mondo spirituale” di Evola  offre per esempio al lettore non una reale illuminazione sul problema del mammonismo, ma un indirizzo per la giustificazione ideologica della possibilità di un antisemitismo “scevro da pregiudizi e da spirito di parte (ibid.), ma con conati di radicale avversione per una parte di umanità: “Per essere antisemiti a fondo, qui non vi è da ricorrere a mezzi termini, a idee pregiudicate esse stesse dal male contro cui si vorrebbe combattere. Bisogna essere radicali. Bisogna rievocare valori, da dirsi ‘ariani’ sul serio”.

Il mammonismo, cioè l’economicismo, è infatti il RITO in sé, mediante il quale sempre si giustificherà in ogni campo mentecattocomunista - cioè tanto nella “civiltà” cattolica quanto nella “civiltà” comunista, il distribuire a tutti un ostia in luogo della ricchezza, a cui ogni socio dell’organismo sociale dovrebbe potere accedere soprattutto oggi, grazie ai frutti della tecnologia e del lavoro delle macchine.

 

2° raccontino. LA GUERRA.

L'eminenza grigia si reca dal Generale e dice: "Qui se non si distrugge tutto, si ferma la produzione!". Il Generale, che non sta più nella pelle per scatenare una guerra, va con lui dal Politicante e dice: "Poffarre! Qui bisogna "rimediarre"! Lo dico io ma lo dice lui pure". Ed indica l'Eminenza grigia creatore dell'articolo 2266 del nuovo catechismo, giustificante guerre giuste. Allora il politicante si leva con fare molto, molto coscienzioso, e dice: "Sì". Così, trovandosi in accordo coi colleghi di altri Stati, la guerra inizia. E si ammazza. E si tortura. E si distrugge. E nella calamità, patria, religione, e famiglia ritrovano la loro sublime rimonta. Nel dopoguerra poi, tutti sono felici e contenti, dato che ora possono ricominciare a fare le stesse cose. Fine del 2° raccontino (Cfr. "La pentola magica...", op. cit.).

 

Quante cose si fanno in nome dello STATO!

 

Leone Tolstoi dice che l’amore per lo Stato in realtà non esiste se non come mera supposizione o addirittura come finzione. Dice altresì che il cristianesimo, se reale, “distrugge lo Stato”, “fu compreso così fin da principio”, e che “per ciò il Cristo fu crocifisso” (Leone Tolstoi, “Il regno di Dio è in voi”, Genova, 2003).

 

(1) Il termine “eroe” viene dal latino Ara, rappresentante la divinità della Terra, ovvero del ventre, del ricettacolo in cui ogni essere viene fecondato. Nel corpo del microcosmo umano è localizzato nel plesso solare, punto in cui confluiscono le energie più sottili. In giapponese questo punto viene chiamato “hara”. Quindi “eroe” è il figlio di Ara, ovvero della Terra, divinizzazione del grembo materno in senso lato. La più alta qualità dell’eroe è l’“arethe”, termine greco anch’esso derivante dal sanscrito “arya”,poi esteso a significare il ceppo indoeuropeo o ariano ad indicare la virtù guerriera di quell’antico popolo. L’“garage” è, nello specifico, la capacità di intuire il pericolo, localizzata nell’“hara” o “plesso solare”, o “dantian”, centro del “ki” (l’energia interiore).

postato da metathemenon alle ore 09:15 | link | commenti
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