Conflitto
1° raccontino. IL RITO.
Quando il Guru si sedeva per le funzioni religiose, ogni sera arrivava il gatto del santuario e distraeva i fedeli. Così egli ordinò che durante le funzioni serali il gatto venisse legato. Molto tempo dopo la morte del Guru, si continuava a legare il gatto, durante le funzioni serali. E quando alla fine il gatto morì, portarono al santuario un altro gatto per legarlo debitamente durante le funzioni serali. Secoli dopo i discepoli del Guru scrissero trattati sul ruolo del gatto. Fine del 1° raccontino (Antony de Mello, “El canto del Papero”, Sant Ander, sol terrae
Quante cose si fanno in nome del RITO!
La parola “àrya” significa in sanscrito “nobile” (1). Umanità eroica? Divino-umanità? Rispetto alla gente comune gli àrya erano coloro che più di tutti credevano nella ritualità e nel possesso di soprannaturale forza mistica, finalizzate ad operare nel mondo esterno per l’attuazione di un universale Stato o Regno di tipo sacrale.
Gli ariani dell’India avevano il loro signore universale (“cakravarti”). Gli ariani dell’Iran concepivano nel loro universale regno sudditi che erano fedeli al “dio della luce”. L’impero romano aveva nell’idea della “romana aeternitas imperi” i medesimi presupposti “solari”. E procedendo verso il tempo presente è l'idea ghibellina medievale del Sacrum Imperium fino al nazismo hitleriano ad affacciarsi come impulso cattolico di civiltà ariana a credere di poter fornire un corpo universale alla forza dall'alto di cui l’àrya attuale si sente il più eminente portatore.
Oggi ci si avvicina sempre di più ad una deflagrazione mondiale in nome del RITO e di queste forze mistiche in cui l’atomo ed il bombardamento del suo nucleo sembrano farla da padroni.
Dal tempo di Eraclito e di Parmenide due schiavitù sono in lotta fra loro. Da un lato il servilismo devoto e orante rispetto al RITO, concepito come secca e necessaria opera di tipo eroico ed olimpico concernente essenze incontrovertibilmente immutabili, compiute, staccate dal mondo inferiore del divenire, e luminose in se stesse come natura solare e siderale. Da un altro lato il servilismo al RITO del dio mutante dotato di nascita, pathos, precessione equinoziale che, come la vegetazione subisce la legge del morire e rinascere.
Da un lato vi è il fermo simbolo solare. Dall’altra quello lunare, concepiti l’uno come maschile astrazione radiante avente luce in sé, l’altro come femminile luce assorbita e promanante da un centro che cade fuori di essa.
Si potrebbe continuare all’infinito la differenziazione di queste due diverse concezioni del RITO e si scoprirebbe che ogni concezione del RITO è giustificazione di una schiavitù. “Il problema ebraico nel mondo spirituale” di Evola offre per esempio al lettore non una reale illuminazione sul problema del mammonismo, ma un indirizzo per la giustificazione ideologica della possibilità di un antisemitismo “scevro da pregiudizi e da spirito di parte” (ibid.), ma con conati di radicale avversione per una parte di umanità: “Per essere antisemiti a fondo, qui non vi è da ricorrere a mezzi termini, a idee pregiudicate esse stesse dal male contro cui si vorrebbe combattere. Bisogna essere radicali. Bisogna rievocare valori, da dirsi ‘ariani’ sul serio”.
Il mammonismo, cioè l’economicismo, è infatti il RITO in sé, mediante il quale sempre si giustificherà in ogni campo mentecattocomunista - cioè tanto nella “civiltà” cattolica quanto nella “civiltà” comunista, il distribuire a tutti un ostia in luogo della ricchezza, a cui ogni socio dell’organismo sociale dovrebbe potere accedere soprattutto oggi, grazie ai frutti della tecnologia e del lavoro delle macchine.
2° raccontino. LA GUERRA.
L'eminenza grigia si reca dal Generale e dice: "Qui se non si distrugge tutto, si ferma la produzione!". Il Generale, che non sta più nella pelle per scatenare una guerra, va con lui dal Politicante e dice: "Poffarre! Qui bisogna "rimediarre"! Lo dico io ma lo dice lui pure". Ed indica l'Eminenza grigia creatore dell'articolo 2266 del nuovo catechismo, giustificante guerre giuste. Allora il politicante si leva con fare molto, molto coscienzioso, e dice: "Sì". Così, trovandosi in accordo coi colleghi di altri Stati, la guerra inizia. E si ammazza. E si tortura. E si distrugge. E nella calamità, patria, religione, e famiglia ritrovano la loro sublime rimonta. Nel dopoguerra poi, tutti sono felici e contenti, dato che ora possono ricominciare a fare le stesse cose. Fine del 2° raccontino (Cfr. "La pentola magica...", op. cit.).
Quante cose si fanno in nome dello STATO!
Leone Tolstoi dice che l’amore per lo Stato in realtà non esiste se non come mera supposizione o addirittura come finzione. Dice altresì che il cristianesimo, se reale, “distrugge lo Stato”, “fu compreso così fin da principio”, e che “per ciò il Cristo fu crocifisso” (Leone Tolstoi, “Il regno di Dio è in voi”, Genova, 2003).
(1) Il termine “eroe” viene dal latino Ara, rappresentante la divinità della Terra, ovvero del ventre, del ricettacolo in cui ogni essere viene fecondato. Nel corpo del microcosmo umano è localizzato nel plesso solare, punto in cui confluiscono le energie più sottili. In giapponese questo punto viene chiamato “hara”. Quindi “eroe” è il figlio di Ara, ovvero della Terra, divinizzazione del grembo materno in senso lato. La più alta qualità dell’eroe è l’“arethe”, termine greco anch’esso derivante dal sanscrito “arya”,poi esteso a significare il ceppo indoeuropeo o ariano ad indicare la virtù guerriera di quell’antico popolo. L’“garage” è, nello specifico, la capacità di intuire il pericolo, localizzata nell’“hara” o “plesso solare”, o “dantian”, centro del “ki” (l’energia interiore).
Nereo Villa - Lettera aperta a Ratzinger Joseph
Castell’Arquato, 8 ottobre 2008
Egregio Signor Ratzinger,
l’articolo 2266 del catechismo della chiesa cattolica recita: “Difendere il bene comune della società esige che si ponga l’aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, l’insegnamento tradizionale della Chiesa ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte. Per analoghi motivi, i detentori dell’autorità hanno il diritto di usare le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità. La pena ha come primo scopo di riparare al disordine introdotto dalla colpa. Quando è volontariamente accettata dal colpevole, la pena ha valore di espiazione. Inoltre, la pena ha valore medicinale: nella misura del possibile, essa deve contribuire alla correzione del colpevole”.
L’articolo 2321 del catechismo della chiesa cattolica recita: “La proibizione dell’omicidio non abroga il diritto di togliere, ad un giusto aggressore, la possibilità di nuocere. La legittima difesa è un dovere grave per chi ha la responsabilità della vita altrui e del bene comune”.
Per molti secoli la chiesa cattolica ha accettato i peggiori supplizi imposti dalla legge penale invocando il comandamento più sacro “Non uccidere”. La chiesa si limitava, ovviamente, a consegnare l’eretico al boia e mentre il colpevole, straziato dalle peggiori torture, veniva accompagnato nelle mani di questo, chiedeva pregando che gli venisse data una morte indolore.
Non intendo rivolgere alla chiesa le stesse accuse lanciate dagli atei, pronti a fustigare gli errori compiuti dalla chiesa in materia di diritti dell’uomo. La chiesa non si è mai opposta al castigo supremo rappresentato dalla pena di morte, e ritengo inutile intentare un processo contro un passato che osservava determinate regole, norme e principi. Sono però deciso a condannare questa pena di morte del secolo 21°, ricordando a tutta la gerarchia ecclesiastica, a tutti i nati cattolici che mai sono divenuti cristiani, e soprattutto a Lei, che il mondo è mutato e che i cambiamenti avvenuti rendono attualmente improbabile un ricorso all’esecuzione capitale.
I redattori del catechismo, avulsi dalla realtà, invocano la pena di morte per i casi gravi. Ma di quali reati si tratta? Dell’eresia? Della bestemmia? Voglia dunque, signor Ratzinger, definire l’estremo reato punibile con la pena di morte!
Qualsiasi omicidio è atroce. Scoraggiare e punire il colpevole secondo le leggi stabilite dalla società contemporanea è ben giusto. Ma è giusto fare ciò con un altro omicidio, un omicidio legale?
L’uccisione di un bambino, il delitto più efferato, è quasi impossibile da perdonare; tuttavia, alcuni genitori non hanno forse testimoniato una carità cristiana che dovrebbe far impallidire i redattori dell’articolo 2266, affermando: “Vogliamo che il responsabile sia messo nell’impossibilità di fare ulteriore male, ma non desideriamo la sua condanna a morte perché la vendetta non ci restituirà il nostro bambino. Vogliamo soltanto che nessun altro bambino sia vittima della violenza di quest’individuo”?
Voi, invece, asserite: senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte.
Io vorrei professare la fede cattolica e vivere secondo le sue leggi, ma nel mondo moderno, non nel passato. L’esempio di purezza cristiana testimoniato da genitori disposti a perdonare l’assassino di un figlio vi dimostra che siete irresponsabili: non avete infatti capito che oggi l’espiazione è un atto interiore, non uno spettacolo dove un capro espiatorio viene punito come simbolo di tutti i peccati, come veniva un tempo.
Nonostante i principi di bontà e di comprensione rafforzino il comandamento del “Non uccidere” voi predicate ancora il concetto di legittima difesa. Ma dove vivete?
Nel tempo in cui la giustizia degli uomini cerca di sostituire le pene repressive con pene di tipo correttivo o preventivo o in quello in cui l’individuo si fa omicida legale per combattere la criminalità? Anche nel caso in cui siate disposti ad assolvere il panettiere che ammazza il ladruncolo, nessuno potrà dire se questo vostro eventuale atto di carità rappresenti davvero la vittoria del cristianesimo e la forza della conversione della chiesa.
Redigendo gli articoli 2266 e 2321 avete peccato di leggerezza o di negligenza? O complottate subdolamente per screditare la fede e rafforzare il declino del cattolicesimo? Espiazione e perdono sono parole senza senso, che non possono preparare un detenuto condannato a morte ad affrontare una nuova vita nella speranza di diventare un uomo nuovo, permettendo la sua vera risurrezione interiore.
Predicando concetti di ieri, vi siete resi ridicoli ed avete ridicolizzato tutta la vostra assemblea. La luce del messaggio cristiano è stata offuscata dall’oscurità del passato. Invocate l’esigenza legittima di punire e di rendere innocuo un aggressore. È ben giusto. Ma la pena di morte è tutt’altro, dato che non è uno strumento di correzione. Nel vostro antico gioco avete deluso il senso del nuovo testamento, attraverso un catechismo non ispirato dal dio d’amore e di comprensione del vangelo, ma permeato dalla presenza del dio vendicatore del vecchio testamento. Volete adottare la legge del taglione “occhio per occhio, dente per dente”? Se è così, parlate con franchezza perché i vostri intendimenti non rimangano nascosti.
Leggendo il catechismo, il cristiano reale, che ha capito meglio di voi chi è il dio d’amore, si sente tradito e deliberatamente abbandonato. Ma abbandonato da una volontà divina che non esiste, in quanto se siete gli uomini di morale che dite di essere e contemporaneamente dimostrate, col vostro fare, di continuare a sospettare che l’amore sia massimamente amorale, non siete dissimili agli uomini di diritto, scribi e farisei, che non possono capire la follia dell’amore.
Mi chiedo e Le chiedo: la volontà di Dio riguardo all’uomo del 21° secolo è che l’uomo agisca secondo il catechismo perché deve, oppure è che l’uomo faccia del dovere il proprio volere? Se Dio volesse che il motivo dell’agire umano sia fare o volere ciò che Egli vuole, in quanto non può identificarsi adeguatamente con ciò che l’essere umano vuole, ne conseguirebbe che Dio non vuole libero e autonomo l’uomo, in quanto la norma dell’agire umano sarebbe situata fuori dell’uomo; e che appunto Dio stesso si troverebbe fuori dell’essere umano. D’altronde, se la volontà di Dio riguardo all’uomo è che questi faccia del dovere il proprio volere, allora l’uomo, paradossalmente, ubbidisce solo quando non agisce più per mera ubbidienza, ma seguendo la propria volontà. Inoltre, se l’uomo si ostina a voler agire per mera ubbidienza ai comandamenti di Dio, senza fare di essi il suo proprio volere essenziale, proprio allora disubbidisce al comandamento di Dio più fondamentale, che è quello di amare, cioè di agire non per ubbidienza, ma per amore. E questo è epicheico spirito neotestamentario. Non è forse l’omissione dalla predicazione cattolica dell’epicheia a far riproporre il “nuovo” catechismo della “legge del taglione”? E poiché sostituire tutte le tasse con un’unica tassa a tempo sulla moneta emessa è l’unica via razionale per uscire dal caos economico esigente una moneta concepita cristianamente, cioè nel tempo, come affermava il poeta Ezra Pound, perché anziché predicare la legge del taglione in contraddizione con la stabile parola di Dio, a lato dell’instabilità delle finanze, non incominciate a dare il buon esempio creando nel Vaticano una moneta cristiana, cioè per l’uomo, attraverso lo Ior (banca vaticana)?
Epikeia Christi urget nos
Nereo Villa